Se chiedessi a bruciapelo a un gruppo di amici: «Chi sei? Qual è la tua vera identità?», cosa risponderebbero? Probabilmente ne uscirebbe un mosaico di risposte: il lavoro, i sogni, le relazioni, o magari qualche ferita del passato.
Oggi viviamo in una cultura che ci convince di essere noi i “designer” della nostra identità, ma ammettiamolo: dietro questa promessa di libertà totale si nasconde una profonda stanchezza. Definire sé stessi è una fatica immane. Come cristiani, non siamo immuni a questa pressione culturale. Spesso, anche nelle nostre chiese, finiamo per scivolare verso un’antropologia dove l’uomo è al centro, nella famiglia, nel servizio e nella missione.
Il metro di misura: noi o Dio?
Ancora oggi viviamo nell’illusione di Protagora, secondo cui «l’uomo è il metro di misura di tutte le cose»[1]. Se l’uomo è la misura, allora tutto diventa relativo: la verità è soggettiva e l’identità è qualcosa di fluido che dobbiamo continuamente negoziare.
Spesso, anche nelle nostre chiese, finiamo per scivolare verso un’antropologia dove l’uomo è al centro
Calvino invece ha ribaltato questa visione antropocentrica ed egolatra, riportandoci nella direzione biblica: “È noto che l’uomo non perviene mai alla conoscenza pura di sé stesso fino a quando non abbia contemplato la faccia di Dio [coram Deo] e da essa sia sceso a guardare sé stesso”[2].
Eguali ma diversi: il ritmo della Creazione
Il “manifesto dell’antropologia biblica” si trova in Genesi 1:26-28. Qui scopriamo che l’eguaglianza tra uomo e donna non è un’invenzione moderna, ma un decreto di Dio: siamo entrambi creati a Sua immagine, per custodire il creato come contesto per sperimentare la Sua persona e come luogo per gioire il Lui e crescere nella Sua Parola.
Tuttavia, Genesi 2 ci mostra che questa eguaglianza non significa interscambiabilità. Dio crea Adamo per primo, affidandogli la Sua Parola, ma dichiara subito che «non è bene che l’uomo sia solo». La creazione della donna non è un’”aggiunta”, perché in Eva, Adamo riconosce la sua controparte perfetta, il suo unico completamento possibile per vivere appieno il suo essere: in comunità con la donna ed in comunione con Dio!
Eguaglianza non significa interscambiabilità
In questa diversità armoniosa, vediamo un disegno bellissimo:
- L’uomo è chiamato a una guida che sia amorevole e responsabile.
- La donna è chiamata a un sostegno che sia intelligente e partecipe.
Quando la sinfonia diventa rumore
Purtroppo, la caduta descritta in Genesi 3 ha trasformato questa sinfonia in una dissonanza stridente. Il peccato ha corrotto il modo in cui viviamo la nostra identità, trasformando la relazione tra i sessi in un campo di battaglia fatto di dominio e manipolazione.
Come osserva Sam Allberry:
“Ciò che crediamo di ‘essere veramente’ ha un effetto profondamente potente su come ci aspettiamo di riuscire a vivere. Sapere chi siamo veramente attraverso la nostra unione con Cristo fa decisamente la differenza. L’unione con Cristo implica che, alla fine, il peccato è il vero impostore nelle nostre vite”.
La nostra speranza: il Vero Uomo
Non troveremo la soluzione alla nostra crisi d’identità in una ted-talk da TikTok o in una terapia di auto-aiuto che ci spinge a conformarci ai moderni stereotipi culturali. La nostra speranza è Gesù Cristo, l'”Ultimo Adamo”. Laddove il primo Adamo ha fallito, soccombendo alla tentazione e portando la morte, Gesù ha vinto. Cristo è il vero Anthrōpos, l’uomo perfetto che ci mostra cosa significhi realmente vivere per la gloria di Dio.
In Cristo, la nostra identità non è qualcosa che dobbiamo costruire, ma un dono da ricevere per fede. La redenzione non cancella la nostra distinzione tra uomini e donne, ma la guarisce. In Cristo, l’uomo impara a guidare servendo, imitando il sacrificio della Croce. In Cristo, la donna impara a offrire la sua forza e i suoi doni in un modo che onora Dio e benedice la comunità, libera dalla paura di essere svalutata.
Una missione da vivere insieme
Greg Allison propone una definizione di complementarità che mira a superare la divisione critica tra complementarismo ed egalitarismo, per incoraggiare un dialogo costruttivo ed una visione missionale, riflesso della preghiera sacerdotale di Cristo in Giovanni 17:21, dove Gesù chiede al Padre: “che siano tutti uno; e come tu, o Padre, sei in me e io sono in te, anch’essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato”.
In Cristo, la nostra identità non è qualcosa che dobbiamo costruire, ma un dono da ricevere per fede
Ecco la definizione di Allison:
“La complementarità è il disegno di Dio per i suoi portatori di immagine maschili e femminili, affinché si completino e si sostengano a vicenda a livello relazionale, familiare, vocazionale ed ecclesiale per la loro prosperità individuale e collettiva.”[3]
Pensiamo all’esempio neotestamentario di Aquila e Priscilla: non erano solo una coppia, erano una squadra in missione. Aquila non si sentiva minacciato dalla competenza della moglie, ma collaborava con lei per il bene della Chiesa. Priscilla non aveva bisogno di un titolo per esercitare i suoi doni; la sua influenza passava attraverso il discepolato relazionale e il vangelo vissuto assieme al marito. Questa è la complementarità in azione: uomini e donne che, sicuri della propria identità in Cristo, mettono i propri doni a servizio del Regno.
Conclusione: riposare nel suo disegno
La sfida per noi, oggi, è essere una “controcultura della grazia”, essere quella chiesa dove:
- Ogni uomo è un custode responsabile e un servitore amorevole della Parola.
- Ogni donna è valorizzata per i suoi doni e il suo contributo indispensabile per il progresso del Vangelo.
- Ognuno trova la sua identità primaria nell’essere in Cristo.
E tu, come stai vivendo la tua identità? Ti senti schiacciato dal dover definire te stesso ogni giorno, o stai finalmente riposando in ciò che Dio ha dichiarato su di te?
La bellezza creazionale di essere uomini e donne non è un limite, ma un modo per riflettere insieme missionalmente la gloria di Colui che ci ha amati e riscattati in Cristo!