Quante lettere ha scritto Paolo ai Corinzi? Perché scrisse le sue lettere ai Tessalonicesi insieme a Sila e Timoteo? Perché in Galati non fa nessuna esplicita menzione del Concilio di Gerusalemme?
Sono domande importanti per capire più a fondo il messaggio delle Lettere di Paolo. Nel cercare le risposte, potremmo essere tentati di ricorrere prematuramente a commentari e altre risorse. C’è un tempo e un ruolo per i sussidi allo studio, ovviamente. Però, non dovremmo sottovalutare l’efficacia che si nasconde, più semplicemente, nel continuare ad ascoltare la Parola.
Il principio interpretativo dei Riformatori secondo cui la Scrittura è sui ipsius interpres (cioè che la Scrittura interpreta se stessa) ci suggerisce che leggere e rileggere la Bibbia è il modo per capirla meglio. Uno studio comparato degli Atti e delle Epistole paoline ce lo conferma.
L’economia di una selezione
Non è un caso che, fra tutti gli apostoli, lo Spirito Santo abbia deciso di soffermarsi sui viaggi di Paolo per più di metà del libro di Atti (capitoli 13-28). E nemmeno è un caso che, fra tutte le lettere che quasi certamente circolavano nella chiesa primitiva (cfr. Col 4:16; 3 Gv 9; Eusebio, Hist. Eccl. IV.23), quelle alla cui stesura Dio abbia deciso di sovrintendere siano in grande maggioranza scritte da Paolo e destinate a chiese o a persone citate in Atti (anche Pietro e Giovanni, autori di epistole neotestamentarie, ricevono particolare attenzione in Atti). A parte il lungo sermone di Paolo ad Antiochia di Pisidia in Atti 13, le tappe a cui Luca dedica maggiore approfondimento sono Efeso (Atti 19:1-41; 20:17-38) e Filippi (Atti 16:11-40). Seguono Atene (18 versetti), Corinto (17 versetti), Listra e Iconio (17 versetti), Tessalonica (9 versetti).
In tutto questo, sono tantissime le città o le regioni in cui Paolo e compagni predicarono ma di cui non abbiamo nessun resoconto dettagliato: Salamina, Derba, Perga, la Siria e la Cilicia, solo per fare qualche esempio. Forse il Signore non era all’opera in queste città o aree “dimenticate”? Al contrario, sappiamo di chiese esistenti e nuove conversioni (At 14:21; 15:41). Allora perché questa scelta?
È chiaro che lo stesso Spirito Santo che impediva a Paolo di andare in Asia e che supervisionava le delibere del Concilio di Gerusalemme ha operato anche un’abbondante e accurata selezione del materiale che doveva giungere a noi. Il sermone di Antiochia di Pisidia costituisce un bignami della predicazione paolina, che fa da sottotesto a tutte le lettere di Paolo. L’intellettualismo e il materialismo ateniese (At 17:19, 32) sono una rappresentazione plastica della grecità incredula e scettica di 1 Corinzi (cfr. 1 Cor 1:20-25; 15:12-19, 33-35). Listra e Iconio sono funzionali all’introduzione di Timoteo, compagno di Paolo quasi onnipresente nelle Epistole (citato una decina di volte, e destinatario di due lettere). Efeso, Filippi, Corinto e Tessalonica, poi, sono destinatarie complessivamente di sei lettere paoline.
Intertestualità: da usare responsabilmente
Quello che stiamo dicendo è che le tredici lettere di Paolo e i capitoli centrali degli Atti degli apostoli sono legati da un denso reticolo di rimandi intertestuali. Ora, l’intertestualità (il rapporto di mutua illuminazione fra testi indipendenti tra loro) è un’arma pericolosa. Può portarci lontano dalla predicazione espositiva, ad esempio spingendoci a trovare così interessanti certi collegamenti tra brani diversi da predicare quelli, invece che l’idea centrale del nostro testo.
Però, con le dovute attenzioni, l’intertestualità può essere un enorme aiuto nelle fasi iniziali dell’esegesi. Chi come me è molto miope lo sa bene: le cose sono lì anche prima di mettersi gli occhiali, ma è solo indossandoli che le si vede per come sono davvero! Similmente, l’intertestualità colora di dettagli il contesto storico sia dell’autore umano sia dei suoi lettori. D’altronde, come possiamo applicare correttamente la Scrittura se non possiamo immedesimarci correttamente nel contesto vissuto dai suoi destinatari originari?
Due esempi
L’obiettivo, quindi, non è saltare da una parte all’altra della Bibbia, ma semplicemente esplorare la Scrittura per poi, più informati possibile, tornare al brano che abbiamo davanti. Questo vale sia per brani che riguardano le chiese paoline, sia per brani in cui il tema centrale è l’esempio dell’apostolo stesso.
Il rapporto fra Paolo e i Tessalonicesi
Luca riporta molti dettagli sugli spostamenti di Paolo, Sila e Timoteo. Prima racconta che Sila e Timoteo rimasero a Berea mentre Paolo partiva (At 17:14), poi che Paolo, giunto ad Atene, diede loro ordine di raggiungerlo presto (v. 15). Infine Luca racconta che i due collaboratori raggiunsero Paolo a Corinto e successivamente Paolo “si dedicò completamente alla Parola” (At 18:5). Se Sila e Timoteo dovevano raggiungere Paolo al più presto, perché non sono semplicemente andati con lui fin dall’inizio? La risposta è in 1 Tessalonicesi 2:17-3:13. Paolo mandò Timoteo indietro fino a Tessalonica per accertarsi della perseveranza dei neoconvertiti (1 Ts 3:2-5), e le buone notizie che Timoteo gli riportò lo fecero rivivere (vv. 6-8). Dall’altra parte, leggere delle sommosse immotivate di Atti 17:1-9 ci aiuta a capire quali fossero le “molte sofferenze” in mezzo alle quali i credenti avevano “ricevuto la parola” (1 Ts 1:6; cfr. 2:2, 14; 3:3), e anche la ragione del riferimento polemico ai Giudei in 1 Ts 2:14-16.
Uno scorcio sul ministero di Paolo
Le due lettere ai Corinzi ispirate da Dio (perché ce ne furono sicuramente altre, cfr. 1 Cor 5:9; 2 Cor 7:8) sono un ottimo caso di studio. Paolo scrisse la prima mentre era ad Efeso (1 Cor 16:8-9), ossia durante uno dei momenti più strepitosi del suo ministero come evangelista e fondatore di chiese. Atti 19:10-12 racconta che, nei due anni in cui Paolo rimase lì, Dio faceva “miracoli straordinari” (un’espressione davvero enfatica, considerando i prodigi già raccontati fin qui da Luca!). C’erano roghi di libri pagani, sbugiardamenti pubblici dei falsi esorcismi; eppure, mentre succedevano quelle cose, Paolo scriveva ai Corinzi che il suo successo di apostolo consisteva nella sua pubblica umiliazione, nella sua debolezza e nella sua scarsa credibilità (1 Cor 4:8-13). Alcuni mesi dopo, scrivendo loro di nuovo, per spiegare la sua autorità di apostolo, addusse resoconti dettagliati non del “risveglio di Efeso”, ma delle sue sconfitte, pubbliche (2 Cor 11:24-29) e private (12:7-9).
Certo, non abbiamo bisogno di letture comparate per essere colpiti dalla forza paradossale della frase: “Se bisogna vantarsi, mi vanterò della mia debolezza” (2 Cor 11:30). Però, sapere che a scrivere queste parole è un missionario all’apice della sua “carriera”, un uomo che sceglie deliberatamente di dimenticare tutti i suoi recenti successi ministeriali per definirsi solo in proporzione alla sua pochezza davanti a Cristo, ci segna nel profondo, ci scuote e ci rimette completamente in discussione.
Non c’è modo migliore di testare quanto appena detto che con la pratica. Perché non cominciare nella tua chiesa uno studio biblico in gruppi o un discepolato a tu per tu basato sull’interdipendenza di Atti ed Epistole paoline?
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