Bisogna dirlo: la cultura americana è molto più diversa dalla nostra di quanto pensiamo abitualmente. Con “nostra” intendo quella italiana, chiaramente.
Paradossalmente, da italiani percepiamo subito la distanza della nostra cultura da quella di nazioni vicinissime a noi, mentre ci sentiamo a casa guardando film ambientati a Chicago, o ascoltando podcast che discutono della questione della violenza della polizia sugli afroamericani (o leggendo articoli cristiani scritti da autori statunitensi). Ma è un’illusione, e basta iniziare a parlare di istruzione, sanità, o, appunto, politica, per rendersene conto.
Per questo motivo, spesso un silenzio prudente è più saggio di tante parole (cfr. Pr 10:19). La saggezza cristiana ci insegna a sospendere il giudizio, a sondare i nostri preconcetti, ad ammettere che potremmo avere frainteso.
Questa giusta attitudine, al contempo, non deve impedirci di riconoscere onestamente che ci sono eventi che debordano i confini nazionali e influenzano la vita di persone e comunità senza il permesso né il desiderio di queste ultime. La decisione di un gruppo di influenti pastori evangelici americani di farsi fotografare mentre impone le mani sul proprio presidente, per chi scrive, sembra rientrare in questa categoria. Cosa dovrebbe pensare il corpo di Cristo in Italia di quanto accaduto? Con grande rispetto per le diverse e legittime opinioni esistenti fra evangelici, cerchiamo di capirlo insieme.
Che male c’è a pregare per le autorità?
Pochi mesi fa, non per la prima volta, alcuni pastori sono stati ripresi mentre pregavano per Donald Trump nello Studio Ovale. L’episodio ha sollevato (giustamente) grandi polveroni mediatici. A dire la verità, quanto avvenuto potrebbe essere persino più grave di quanto l’opinione pubblica abbia lamentato.
Prima di approfondire questo aspetto, però, stemperiamo con un’osservazione positiva: la Bibbia comanda di pregare per ogni autorità civile di qualsiasi grado (Rm 13:1-7; 1 Tm 2:1-2; 1 Pt 2:13-17). Questi brani, peraltro, sono stati scritti in contesti storico-politici nei quali spesso le autorità erano sospettose o persecutrici dei cristiani. Il punto, quindi, è che la sottomissione e l’intercessione non sono opzionali, né subordinate al consenso politico, ma sono un’espressione di amore per Dio e per il prossimo, e anche di fede nel Re della storia che governa sopra e attraverso i governanti.
Le perplessità più evidenti
Riguardo alla scena nello Studio Ovale, il problema del sensazionalismo mediatico, per cui vengono diffuse sul web immagini decontestualizzate e potenzialmente sconcertanti, è un vizio di forma a cui l’era dei social ci ha già abituato.
La sottomissione e l’intercessione non sono opzionali, né subordinate al consenso politico.
Ma, al di là della forma, quanto accaduto va oltre la mera pratica biblica di pregare per le autorità, per diversi motivi. Alcuni di questi sono forse già noti, ma è bene isolarli nuovamente e contrapporli alla Scrittura.
Strumentalizzazione religiosa
Sembra chiaro che questo genere di notizie è funzionale alla conservazione del potere per Trump; una sola foto con venti pastori in preghiera vale politicamente più di cento preghiere fatte per lui nel segreto! Ma il potere politico ha sempre cercato di usare la religione a proprio vantaggio. Non sorprenderebbe scoprire, come sembra sia accaduto, che il presidente Trump abbia iniziato a mostrare sensibilità religiose solo dopo essere diventato presidente. Ci dovrebbe sorprendere però che il popolo di Dio cada così facilmente nella trappola. Abbiamo già dimenticato la giustificazione “religiosa” delle crociate o delle invasioni territoriali durante il colonialismo? Abbiamo dimenticato gli esperimenti fallimentari di “teocrazia cristiana” dei riformatori? Soprattutto, abbiamo dimenticato l’esempio di Gesù? Gesù desiderava che il regno di Dio venisse sulla terra (cfr. Mt 6:10), ma non cedeva per questo a una facile equazione fra regni umani e regno divino. Posto di fronte al tranello della strumentalizzazione della religione, rispose con altrettanta astuzia (cfr. Mc 12:17).
Legittimazione militare
Una questione da non sottovalutare, poi, è la concomitanza di queste immagini con la crisi internazionale dovuta all’attuale guerra contro l’Iran. Cosa può significare l’invocazione di “continuo favore” su un presidente che ha appena attaccato militarmente un’altra nazione, se non una legittimazione politica e militare incondizionata? Non si tratta qui di aprire un dibattito sulle diverse convinzioni evangeliche sulla guerra e sul coinvolgimento in essa dei cristiani. Il punto è un altro. Come scritto in un documento dell’Alleanza Evangelica Italiana, “quando il nome di Dio è invocato per sigillare il dominio assoluto di un uomo, di un partito o di un clero, la religione non governa lo Stato: è lo Stato che sequestra la religione. Ciò vale per le teocrazie che negano libertà fondamentali in nome della legge divina e vale ugualmente per i regimi autoritari che strumentalizzano il sacro a fini di consenso e repressione”.
Legittimazione morale
Ultimo ma non meno importante, questi pastori evangelici si sono schierati e affiliati pubblicamente a Trump in quanto pastori, in un contesto in cui quest’ultimo viene da anni percepito come un “uomo di fede” persino più di altri esponenti del partito repubblicano. Se da una parte questo articolo non vuole essere un attacco ad personam, è anche vero che questa vicenda viene effettivamente ricevuta dai media come una legittimazione della persona Donald Trump e della sua fede. Non si può evitare allora di chiedersi: è opportuno che un uomo pluridivorziato, affabulatore e notoriamente arrogante assurga a modello etico per i cristiani americani e mondiali? Ce lo dovremmo chiedere riguardo a chiunque, perché ogni uomo è fallibile, ma sembra confermato che l’attuale presidente americano abbia pubblicamente appoggiato bugie o fake news, e persino alcuni suoi elettori sembrano concordare sulla sua arroganza.
La prepotenza e la sfacciataggine, anche se dovessero renderci buoni leader, non ci renderanno mai buoni cristiani. La lezione di Cristo per tutti i suoi seguaci è sempre l’umiltà (Mt 11:29). Certo, tutti gli uomini sono peccatori, tutti sono orgogliosi, ma non tutti nella stessa misura e non tutti vengono legittimati nella loro perdurante carenza di umiltà.
La buona vecchia “sana dottrina”
Ci sono però altri motivi per cui la chiesa di Cristo dovrebbe prendere le distanze dalle azioni di questi leader evangelici, motivi che difficilmente sentiremo citare dai giornali.
La prepotenza e la sfacciataggine, anche se dovessero renderci buoni leader, non ci renderanno mai buoni cristiani.
Volendo sorvolare sull’affiliazione a un presidente che ha usato campagne di comunicazione inequivocabilmente blasfeme, osserviamo invece che Paula White, la consulente spirituale di Trump, presente nello Studio Ovale, aderisce apertamente al Vangelo della prosperità, così come Kenneth Copeland e Wayne T. Jackson, noti per aver imposto le mani sul presidente Trump nel passato. È davvero possibile unirsi in preghiera a falsi dottori senza implicitamente approvare o minimizzare le loro falsità?
Un tema che facilmente passa sotto silenzio, poi, è l’imposizione delle mani. Biblicamente, la prassi dell’imposizione delle mani esprime comunanza e, in certi casi, benedizione: il sacerdote trasferiva il proprio e altrui peccato sull’animale sacrificale imponendogli le mani (Lv 16:21), Gesù e altri imponevano le mani per “trasferire” guarigione ai malati (Mc 6:5; At 9:17), e varie figure imponevano le mani su altri per trasferire loro la propria autorità spirituale e, in tal modo, esprimendo la loro approvazione per loro (Nm 18:23; At 6:6; 2 Tm 1:6). Dato che Trump non è un pastore, e l’ufficio che gli si “commissiona” non è il ministero della Parola (cfr. At 13:3; 1 Tm 1:6-8), imporre le mani su di lui sembra biblicamente sbagliato.
Riflessioni giuste per i motivi sbagliati
La ragione di fondo per cui tutto questo ci riguarda come evangelici italiani è questa: immagini che mostrano dei pastori evangelici schierati politicamente, che danno appoggio unanime a un leader politico dalla morale più che dubbia o quantomeno non irreprensibile (Es 18:21), distorcendo una prassi biblica e avallando false dottrine, diventano un subdolo ricatto per gli evangelici di tutte le altre nazioni: o allinearsi a questa posizione o rinunciare al nome di evangelici.
Chiaramente, è un falso dilemma. Tertium datur: ripensare cosa significa essere evangelici. Ma dispiace che ci troviamo costretti a spiegare la nostra fede “in difesa”, a partire da apologie e chiarimenti su generalizzazioni errate. E dispiace che a governare un giusto dibattito sulla natura e lo scopo dell’evangelicalismo sia una presunta necessità di allinearsi politicamente o ideologicamente.
Perché gli “evangelici” di cui parlano i media sono evangelici più culturalmente che spiritualmente. I dati degli ultimi anni mostrano che negli Stati Uniti le frequenze di chiese evangeliche sono diminuite, mentre sono aumentati quelli che si dichiarano evangelici fra i sostenitori di Trump, pur non riconoscendosi in nessuna chiesa locale. Stiamo assistendo all’insorgere di un nuovo evangelicalismo culturale e identitario, che trova il suo baricentro su questioni civili e ideologiche piuttosto che religiose o teologiche; un evangelicalismo profondamente individualista, consumato perlopiù online. In pratica, l’ennesimo cristianesimo nominale.
La chiesa semper reformanda accetta con gioia di rimettere in discussione se stessa solo alla luce della Parola, e non può accettare che la premessa di questa riforma sia l’adesione a una corrente ideologica umana, invece che il vangelo di Cristo (cfr. Ga 1:11-12).
Una precisazione
È importante dire che le generalizzazioni non aiutano nessuno. Anche se abbiamo parlato dei “pastori che hanno pregato per Trump” come di un’entità omogenea, è giusto concedere il beneficio del dubbio. Sicuramente, qualcuno dei pastori presenti era benintenzionato, desiderava genuinamente intercedere per il presidente in carica e soffriva la presenza dei media. Forse, qualcuno dei presenti approva solo alcune delle scelte di Trump, ma per cultura nutre un sincero patriottismo e per fede voleva affidare il proprio Paese a Dio, incoraggiando tutta la nazione a fare lo stesso proprio grazie alla diffusione di queste immagini.
Stiamo assistendo all’insorgere di un nuovo evangelicalismo culturale e identitario.
Ma la raccomandazione di Gesù alla semplicità e alla prudenza nella missione (Mt 10:16) si applica anche nell’arena politica. Aderire a un’iniziativa del genere, in piena coscienza della copertura mediatica che godrà, significa inevitabilmente accettare di essere associati, a priori e purtroppo incondizionatamente, a tutto ciò che quest’uomo rappresenta. E questa sembra una richiesta di lealtà troppo esigente per chi ha già dichiarato fedeltà all’unico Signore e Salvatore, Gesù Cristo.
Una preghiera
“Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo” (1 Tm 2:15). Il Dio vivente che è il Salvatore di tutti gli uomini (1 Tm 4:10), e che fra tutti i lebbrosi di Israele ha purificato Naaman il Siro (cfr. Lc 4:27), non ha una blacklist di peccatori insalvabili. Donald Trump si trova alla stessa distanza dalla salvezza di chiunque altro possiamo immaginare che sia ancora cieco e perduto. Dio dovrà avere misericordia di Trump per portarlo al ravvedimento e alla fede, come ha dovuto avere misericordia del persecutore Saulo e dello schernitore Gianluca. Continuiamo a pregare (in questo senso) per l’amministrazione Trump e continuiamo a lodare Gesù Cristo per la sua compassione senza fine.
Solo a lui, l’Agnello che è stato immolato, vadano la lode, la gloria, le ricchezze e la potenza – non per un mandato o due, ma nei secoli dei secoli (Ap 5:12-13).
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