×

Consigli fuorvianti

Venti anni fa, Anna Quindlen (scrittrice del New York Times, vincitrice del premio Pulitzer e insignita di prestigiose lauree honoris causa) diede questo consiglio ad un gruppo di laureandi:

Ognuno di voi è tanto diverso quanto le sue impronte digitali. Perché dovreste marciare all’unisono? Il nostro amore per l’uniformità è la nostra più grande maledizione, la fonte di tutto ciò che ci tormenta. È l’origine dell’omofobia, della xenofobia, del razzismo, del sessismo, del terrorismo e del bigottismo di ogni genere e sfumatura, perchè ci dice che c’è un unico modo di fare le cose, di apparire, di agire, di sentire, quando l’unico modo giusto è sentire il cuore martellarti dentro e ascoltare ciò che dicono i suoi tamburi.1

Questo è un tipico consiglio da cerimonia di laurea: “Seguite i vostri sogni. Seguite il vostro ritmo. Rimanete fedeli a chi siete davvero.”2

Io vorrei darvi un consiglio diverso: “Non seguite i vostri sogni. Non seguite il vostro ritmo. E qualunque cosa facciate, non rimanete fedeli a chi siete davvero.”

Se pensate che stia esagerando un po’, avete ragione. Aggiungerò alcune sfumature a questo consiglio in chiusura. Ma credo che sia importante formulare la questione in modo provocatorio perché il nostro mondo, tramite migliaia di pubblicità, film, canzoni, ci urla addosso che il modo migliore per vivere è di essere sé stessi, di vivere la propria verità, di trovare il proprio vero io e poi avere il coraggio di vivere di conseguenza.

Ingannati dai desideri

La Bibbia, invece, ci dice: “C’è una via che all’uomo sembra dritta, ma essa conduce alla morte” (Proverbi 14:12). Pensate alla storia di Esaù che vendette la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. “Lasciami mangiare un po’ di quella minestra rossa” disse, “ perché sono stanco, sto per morire; a che mi serve la primogenitura? (Genesi 25:30-32). Esaù era consumato dai propri desideri.

Esaù era definito dai propri desideri, e questi lo ingannarono. Esaù è raffigurato come un animale. Lo si vede molto più chiaramente nell’originale ebraico.  Tutto ciò a cui riesce a pensare è la roba rossa, la roba rossa (ha-adom, ha-adom). Esagera la portata del suo bisogno. Non stava letteralmente per morire, come i bambini che, quando manca mezz’ora alla cena, dicono: “Sto morendo di fame”. Esaù è emotivo ed impulsivo. Sta svenendo, annaspando, deglutendo. Si può quasi vederlo pulirsi la bocca, gettare un tovagliolo e fare un gran rutto mentre si allontana dal suo piatto di stufato. Non fu reso piú nobile per aver soddisfatto i propri desideri, ma più misero: diventò un animale. Questo è ciò che il testo vuole che vediamo. Esaù l’esperto cacciatore era preda dei propri appetiti. Aveva un’identità migliore, in quanto primogenito di Isacco, ma la cedette. Divenne un uomo profano, trattando con irriverenza e disprezzo ciò che era sacro.

Il mondo ci dice che la nostra identità sta in ciò che desideriamo. Perciò negare il raggiungimento di ciò che desideriamo significa negare la nostra più vera identità. Siamo sommersi da ciò che  Carl Trueman chiama “individualismo espressivo”.3  L’ idea è che sei ciò che senti e non dovresti lasciare che nessuno ti dica il contrario. Sono certo che ricorderai l’inno di Elsa “Let It Go” da Frozen. Con la sua enfasi sul mettere alla prova i limiti e sul superarli, non stupisce che la canzone e il personaggio di Elsa siano diventati i preferiti della comunità LGTBQ+.

“Non c’è giusto o sbagliato, nessuna regola per me sono libera”.4

Cosa potrebbe riflettere meglio lo spirito della nostra epoca?

La filosofia del nostro tempo

Nel corso della storia, filosofi e teologi hanno sempre fatto una distinzione tra affetti (che sono moti della volontà) e passioni (che ci travolgono inaspettatamente). Ecco perché la Confessione di Westminster dice che Dio è senza parti e passioni. Per i teologi di Westminster, il termine ‘passione’ non aveva il senso che noi gli daremmo (ossia, zelo intenso): intendevano dire che Dio non ha una vita emotiva come la nostra. Egli è Puro Atto; nulla gli accade. Non è mai reso passivo.

La salvezza di cui tutti sappiamo di aver bisogno non si trova guardando dentro noi stessi, ma cercando la grazia fuori di noi.

Di conseguenza, la tradizione occidentale, soprattutto quella cristiana, ha insistito sul fatto che gli appetiti inferiori debbano essere frenati dalla ragione e dalla grazia di Dio che opera in noi. Ma in effetti la tradizione riformata fa un passo ancora ulteriore e ci ricorda che possiamo essere fuorviati da tutte le nostre facoltà. Questo è ciò che s’intende con l’espressione “totalmente depravati”: le nostre passioni sono corrotte, la nostra ragione non è del tutto affidabile, e la nostra volontà, lontana da Cristo, è soggetta al peccato.

La maggior parte delle persone che incontrerai nella vita – e forse tu, che stai leggendo questo articolo oggi – agisce sulla base di un presupposto tacito che modella e definisce ogni ragionamento, ogni istinto e il modo in cui si guarda al mondo e a se stessi. Il presupposto è il seguente: l’essere coincide con il dover essere. E, cosa importante, questo essere non riguarda più il tuo corpo, un qualche dato fisico. “Il mio corpo mi dice qualcosa di vero su me stesso anche quando non sento che sia vero”. Questo modo di pensare non è più scontato. Ora si dà per scontato che ciò che senti, credi o percepisci di te stesso ti dica chi sei e come dovresti comportarti.

L’equiparazione tra essere e dover essere ci porta a credere: “Questo è ciò che provo, quindi questo è ciò che dovrei fare; e se mi dici che non posso farlo, o che dovrei essere qualcosa o qualcuno diverso da come mi sento, stai attaccando il cuore stesso della mia personalità”.

Cosa c’è di sbagliato in questo presupposto filosofico? Oltre ad essere privo di qualsiasi fondamento oggettivo, empirico e scientifico, tale presupposto è in totale contrasto con l’antropologia cristiana. L’unico modo in cui l’equiparazione tra essere e dover essere può funzionare è se non esiste una dottrina della caduta, se i nostri istinti non si auto-ingannano mai, se i nostri desideri non sono mai egocentrici e se i nostri sogni non sono mai autodistruttivi.

La salvezza di cui tutti sappiamo di aver bisogno non si trova cercando dentro noi stessi ma cercando la grazia di Dio fuori da noi stessi. G. K. Chesterton lo ha detto molto bene:

Che Jones adori il dio dentro di sé significa in definitiva che Jones adori Jones. Che Jones adori pure il sole o la luna, qualsiasi cosa ma non la Luce Interiore; che Jones adori pure i gatti o i coccodrilli, se ne trova nella sua strada, ma non il dio interiore. Il cristianesimo è venuto al mondo innanzitutto per affermare con forza che l’uomo non doveva soltanto guardarsi dentro, ma guardare fuori, per contemplare con stupore ed entusiasmo una compagnia divina e un capitano divino. Il bello dell’essere cristiani era che un uomo non era abbandonato alla sua Luce Interiore, ma riconosceva chiaramente una luce esteriore, radiosa come il sole, chiara come la luna, terribile come un esercito a stendardi spiegati.5

Come la maggior parte delle eresie, l’eresia dell’essere che equivale al dover essere è parzialmente veritiera. Coglie qualcosa che vogliamo affermare, ovvero che l’etica deve essere radicata nell’ontologia. È solo un modo elegante per dire che l’identità comporta un dovere. L’essere equivale davvero al dover essere, se si possiede una dottrina del peccato, della rigenerazione, dell’unione con Cristo e della presenza dello Spirito Santo. La grande teologa della nostra epoca, Lady Gaga, aveva ragione: sei nato così [ingl. you were born that way, N.d.T]. La buona novella di Gesù Cristo è che puoi rinascere in un altro modo.

Sii te stesso, ma prima muori

C’è qualcosa di giusto nell’ossessione della nostra cultura per l’autenticità. Una delle principali motivazioni etiche del Nuovo Testamento è: sii te stesso. Ed è per questo che la mia provocatoria affermazione iniziale (“non rimanete fedele a chi siete davvero”) necessita di una precisazione. Non dovresti rimanere fedele a chi sei davvero, a meno che tu non sia morto al tuo vecchio io e il tuo nuovo io sia risorto con Cristo e sieda con lui nei luoghi celesti. Vale la pena lasciar emergere il tuo vero io se il tuo vero io è morto al peccato e vivo in Cristo Gesù.

Il mondo dice che sei ciò che senti. Il mondo dice che il tuo essere coincide col dover essere. Il mondo dice che devi trovare te stesso, essere fedele a te stesso ed esprimere te stesso. Gesù ci ha dato un modo diverso, un modo migliore di vivere.

In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. (Giovanni 12:24-25)

 

Questo articolo è adattato da Do Not Be True to Yourself: Countercultural Advice for the Rest of Your Life di Kevin DeYoung.


Questo articolo è stato tradotto, su autorizzazione, dall’articolo originale in inglese pubblicato da Crossway a questo indirizzo.


1. Quindlen fece queste osservazioni al Sarah Lawrence College nel 2002. Furono poi pubblicate nel suo libro Loud and Clear (New York: Random House, 2004), 307.
2. Questo articolo è tratto da un mio discorso di inizio anno: "Qualunque cosa tu faccia, non essere fedele a chi sei davvero" (Geneva College, Beaver Falls, PA, 7 maggio 2022), https://kevindeyoung.org.
3. Vedi Carl Trueman, The Rise and the Triumph of the Modern Self: Cultural Amnesia, Expressive Individualism, and the Road to the Sexual Revolution (Wheaton, IL: Crossway, 2020).
4. Idina Menzel, “Let It Go” in Frozen, regia di Chris Buck e Jennifer Lee (Burbank, CA: Walt Disney Animation Studios, 2013).
5. G. K. Chesterton, Orthodoxy (New York: Imagine, 1959), 75–76.

Most Read

CARICA ANCORA
Loading