Cosa faresti se ti venisse detto che c’è di più per la tua vita cristiana, più potenza per essere un cristiano di impatto? Se ti venisse detto che puoi annunciare il vangelo con coraggio, rilevanza, forza, e che potrai vedere segni che confermano questo ministero profetico? Chi direbbe di no a queste promesse?!
Come diversi di noi sapranno, per i nostri fratelli pentecostali queste promesse si realizzano nel battesimo dello Spirito Santo, un’esperienza successiva alla salvezza e accessibile a ogni credente, grazie alla quale si viene potenziati per la testimonianza.
Se ci sembra di non vivere quella potenza, quindi, è perché non siamo ancora stati battezzati nello Spirito Santo. Come ci comportiamo, allora, davanti a tale prospettiva e all’invito o esortazione che essa pone?
In questo breve articolo voglio guidarvi in un ascolto onesto e successivamente in una valutazione biblica.
Ascoltare
La prima cosa da fare è ascoltare, cioè capire le basi bibliche dell’argomentazione. Uno degli autori più autorevoli del pentecostalismo classico è Robert P. Menzies, un teologo americano delle Assemblies of God. Non a caso iniziamo a vedere alcuni dei suoi scritti anche in italiano.
Nella sua monumentale opera sullo Spirito in Luca e Atti1, Menzies lamenta la tendenza evangelica a leggere i due volumi scritti da Luca attraverso lenti paoline, cioè imponendo al testo di Atti una teologia che deriva dagli scritti di Paolo ed impedendo così a Luca di stabilire i propri presupposti.
In questo modo, secondo Menzies, si perdono di vista le sfumature della pneumatologia lucana, diversa ma complementare rispetto a quella di Paolo.
Secondo lui, Paolo parla della conversione quando afferma che c’è un solo battesimo di Spirito e tutti siamo battezzati di quello Spirito (1 Corinzi 12:13). Luca, invece, affermerebbe che lo Spirito non è mai coinvolto nella salvezza o nella santificazione dei credenti, ma opera esclusivamente nella sfera profetica (parlare in lingue, profetizzare, testimoniare) in vista della missione. Questo avviene tramite un battesimo di Spirito Santo che segue la conversione.
Così facendo, Menzies introduce due battesimi e crea una sorta di rottura tra la prospettiva sullo Spirito di Paolo e quella di Luca, sollevando molteplici implicazioni nell’area non solo della pneumatologia ma anche della teologia più ampia.
Qui, però, analizzeremo soltanto due aspetti su cui poggia la tesi di Menzies: davvero Luca non fa mai menzione dell’opera dello Spirito nell’ambito (1) della salvezza e (2) della santificazione?
Menzies introduce due battesimi e crea una sorta di rottura tra la prospettiva sullo Spirito di Paolo e quella di Luca
Analisi biblica
1) La Pentecoste e la conversione
Consideriamo la conversione dei giudei a seguito della predicazione post-pentecoste di Pietro (Atti 2:37-40). Pietro afferma che il dono dello Spirito promesso da Gioele è disponibile per coloro che si ravvedono e si battezzano. Ma il lettore noterà che a seguito della conversione e del battesimo di quei tremila, non vi è menzione dello Spirito o del parlare in lingue. Perché? Si possono trarre due conclusioni. O Luca vuole lasciare intendere che nessuno di quei tremila ricevette lo Spirito, oppure per Luca è scontato che tutti ricevettero lo Spirito e quindi non c’è bisogno di specificarlo. Delle due ipotesi, quest’ultima sembra quella più compatibile con il racconto della Pentecoste e del libro intero di Atti.
Troviamo infatti ulteriore conferma di questo nel commento che Luca inserisce in Atti 8 per spiegare la mancata ricezione dello Spirito da parte dei Samaritani. Leggiamo infatti che credettero al vangelo e furono battezzati in acqua (Atti 8:12), ma, contrariamente alle aspettative, non ricevettero immediatamente il dono dello Spirito. Dovettero aspettare l’arrivo di Pietro e Giovanni da Gerusalemme (vv. 14-17).
Luca nota l’anomalia: “Infatti [lo Spirito Santo] non era ancora disceso su alcuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù” (v. 16).
Per Luca conversione, battesimo e ricezione dello Spirito sono un tutt’uno. Solo in caso di anomalia Luca specificava la mancata discesa dello Spirito, e il problema veniva prontamente risolto in presenza degli Apostoli (si veda anche Atti 19:1-7).
Ma c’è di più.
Solo in caso di anomalia Luca specificava la mancata discesa dello Spirito, e il problema veniva prontamente risolto in presenza degli Apostoli
2) I grandi riepiloghi e la santificazione
Gli ultimi versetti del secondo capitolo (vv. 42-47), ci introducono ai cosiddetti grandi riepiloghi di Atti. Ce ne sono tre (2:42-27, 4:32-35, 5:12-16), e si distinguono dal resto della narrazione per il loro carattere riassuntivo e per un cambio di tempo verbale dall’aoristo all’imperfetto, al fine di evidenziare l’aspetto durativo dell’esperienza vissuta dalla nuova comunità di redenti.
Ora, studiosi come Menzies, non vedendo alcuna menzione dello Spirito in questi riepiloghi, affermano che la rivoluzione di comportamento evidente tra i discepoli non sia da addebitare all’opera dello Spirito di Pentecoste. In altre parole, l’opera dello Spirito si ferma a Atti 2:41.
A riguardo, trovo azzeccato il commento del biblista svizzero Daniel Marguerat quando scrive: “Fermarsi a questa constatazione di superficie significherebbe cadere nell’errore metodologico (frequente in esegesi) di non esaminare il testo nel suo contesto letterario”. Il libro degli Atti, infatti, non è un’epistola, né una dogmatica. È una narrazione storica, e deve essere letto come tale.
Luca vuole mostrare come a Pentecoste l’influenza dello Spirito non era relegata al potenziamento carismatico, ma continuava nella creazione e nella trasformazione etica della nuova comunità dei redenti.
Infatti, questo riepilogo prosegue il resoconto di Pentecoste (gr. Ēsan dè, it. “Ed erano”), portandolo alla conclusione. In altre parole, Luca vuole mostrare come a Pentecoste l’influenza dello Spirito non era relegata al potenziamento carismatico, ma continuava nella creazione e nella trasformazione etica della nuova comunità dei redenti. E lo fa usando quattro indicatori di una chiesa post-Pentecoste: l’insegnamento apostolico, la comunione fraterna, il rompere il pane (la Santa Cena) e le preghiere.
In breve, lo Spirito Santo ci inserisce all’interno del popolo del nuovo patto, una comunità di credenti in cui godiamo della comunione spirituale che abbiamo in Cristo, che dallo spirituale sfocia nel materiale. Nella nostra società individualista e materialista, basta davvero poca riflessione per accorgersi che questa comunione di cui Luca parla è un’opera prettamente divina, che solo il suo Spirito può realizzare in noi. Ma questo è proprio quello che lo Spirito Santo ha compiuto e vuole continuare a compiere in ognuno di noi che è stato battezzato in quell’unico Spirito (1 Corinzi 12:13).
Rigenerati, potenziati, santificati
In conclusione, vogliamo apprezzare il desiderio dei nostri fratelli pentecostali di voler rimanere fedeli al testo biblico e di voler sperimentare realmente l’opera dello Spirito Santo. Nonostante tutto, vedere il battesimo dello Spirito esclusivamente come potenziamento per la testimonianza sembra limitante.
È per amore dello Spirito che desideriamo mantenere la giusta prospettiva sulla sua opera nella nostra vita e ricercarla sempre di più. E una lettura di Atti sensibile al genere narrativo del libro permette di vedere un Luca e un Paolo non così lontani l’uno dall’altro nelle rispettive teologie dello Spirito: alla conversione siamo tutti battezzati in uno Spirito, venendo rigenerati, potenziati per la testimonianza e progressivamente santificati (1 Corinzi 6:11). Per mezzo dello Spirito, godiamo della comunione con Cristo e viviamo in comunione con il corpo di Cristo.
È lo Spirito che ci porta a Cristo. È lo Spirito che ci unisce, ed è sempre lo Spirito che ci spinge a portare il vangelo al mondo intero nella sua potenza. Desideriamo questo?
Amen! E preghiamo: «Vieni, Spirito Santo».
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