×

Dio è pluralista?

È stato quando ero matricola, durante il mio corso di composizione all’Università della California, a Irvine, che ho sentito per la prima volta un professore dire: “Beh, sapete, la maggior parte delle differenze tra le religioni non contano. Il punto principale è solo che Dio vuole che ci amiamo gli uni gli altri, giusto?” È un’affermazione che da allora mi è diventata sempre più familiare.

Ma è vero? Dio è indifferente alla religione? Gli importa come viene adorato? In altre parole, Dio è pluralista?

Sebbene si presenti in una miriade di forme diverse, il tipo di pluralismo di cui sto parlando è una sorta di relativismo sulla religione, che afferma o che tutte le religioni sono ugualmente salvifiche, o che le forme esteriori non contano poiché tutte le fedi condividono un nucleo comune, oppure che il divino è troppo grandioso e inconoscibile per essere racchiuso in un insieme esclusivo di dottrine. A meno che non si aderisca a una confessione religiosa conservatrice (cristianesimo, ebraismo, islam e così via), una sorta di pluralismo religioso è la mentalità predefinita nella più ampia cultura tardo-moderna “spirituale ma non religiosa” in cui viviamo. Ma perché?

In primo luogo l’accoglienza sociale di varie credenze religiose sembra rafforzare il pluralismo politico. Se non ci sono delle grandi differenze, allora non c’è molto su cui discutere. Inoltre, e questo è probabilmente a livello popolare il motivo più allettante per adottare questo pensiero, questo pensiero sembra più umile e aperto verso altri punti di vista. Tutti hanno ugualmente ragione (o ugualmente torto), quindi nessuno può rivendicare la sua superiorità religiosa. È una visione più “tollerante”, poiché non esiste una religione corretta contro tutte le altre, e quindi ci si trova a giocare su un piano morale equilibrato.

O almeno è così che appare all’inizio.

Una dubbia affermazione

Sebbene un forte pluralismo filosofico porti con sé una serie di problemi (ad esempio: è contraddittorio, fraintende le affermazioni proprie di ciascuna religione e così via), uno in particolare spesso passa inosservato: si basa sul presupposto discutibile che Dio sia indifferente al modo in cui viene adorato.

Il teologo riformato olandese Herman Bavinck fa un lavoro meraviglioso nel far emergere questa osservazione:

Perché se la religione contiene davvero una dottrina di Dio e del suo servizio, è evidente che solo Dio ha il diritto e la capacità di dire chi è e come vuole essere servito. […] L’indifferentismo religioso presuppone che sia irrilevante per Dio il modo in cui viene servito. Lo priva del diritto di determinare le modalità del suo servizio; in ogni caso ipotizza che Dio non abbia dato indicazioni riguardanti il suo servizio. Questo indifferentismo in materia di religione agisce naturalmente su livelli differenti. In questo modo, per il sincretismo il credo di una chiesa è indifferente;; secondo il deismo  tutta la religione è positiva; per la filosofia moderna ogni religione è oggettiva; e l’“indipendente morale” vede in questo modo tutto ciò che è religioso. (Bavinck, Reformed Dogmatics Volume 1: Prolegomena, 250-251)

Nel fare l’affermazione apparentemente umile e mediatrice che tutti i modi di adorare il divino siano ugualmente validi, si sta implicitamente e audacemente affermando di sapere che Dio non abbia parlato di queste cose e che non gli interessino. O che forse  ne abbia parlato, e che abbia dichiarato che tutte le altre religioni che affermano che tutto ciò gli importi (cristianesimo, ebraismo, islam e così via) siano confuse a riguardo. Affermando che la questione è indifferente, quindi, si sta tacitamente affermando che Dio è indifferente.

Tim Keller porta l’attenzione su questo tema più volte in Ragioni per Dio. A volte le persone potrebbero dire qualcosa del tipo: “I miei dubbi non sono basati su un atto di fede. Non ho opinioni su Dio in un modo o in un altro. Semplicemente non sento alcun bisogno di Dio e non mi interessa pensarci”. Keller osserva:

 

Ma nascosta sotto questo sentimento c’è la molto moderna idea americana che l’esistenza di Dio sia del tutto indifferente, a meno che non si intersechi con i miei bisogni emotivi. Chi parla sta scommettendo sulla sua vita che non esiste alcun Dio che potrebbe ritenerti responsabile delle tue convinzioni e del tuo comportamento se non sentii il bisogno di lui. Questo può essere vero come potrebbe non esserlo, ma, ancora una volta, si tratta di un atto di fede bello e buono. 

O ancora, specificatamente legato al pluralismo, Keller racconta di aver incontrato  un giovane il quale ha insistito sul fatto che le differenze tra le varie religioni non avevano alcuna importanza, dal momento che adoravano tutte lo stesso Dio:

Ma quando gli ho chiesto chi fosse quel Dio, lo ha descritto come uno Spirito pieno d’amore nell’universo. Il problema di questa posizione è la sua incoerenza. Insiste sul fatto che la dottrina non sia importante, ma allo stesso tempo assume credenze dottrinali sulla natura di Dio che sono in conflitto con quelle di tutte le fedi maggiori. […] Ironicamente, l’insistenza sul fatto che le dottrine non contano è in realtà essa stessa una dottrina. Sostiene una visione specifica di Dio che è propagandata come superiore e più illuminata rispetto alle convinzioni della maggior parte delle principali religioni. Quindi i sostenitori di questo punto di vista fanno proprio ciò che vietano agli altri di fare.

La vera domanda

Quindi, quando si tratta di pluralismo, la domanda fondamentalmente non è quale punto di vista ci mantenga più umili, dal momento che chiaramente per essere un pluralista si devono anche fare affermazioni audaci e “arroganti”. Né di nuovo è semplicemente quale visione porti ad una maggiore pace. Ho conosciuto pluralisti bellicosi, e la storia del 20° secolo è disseminata della violenza di coloro che affermano la loro indifferenza in materia religiosa. Inoltre è dimostrabile in maniera convincente che una religione come il cristianesimo, che insegna ai suoi fedeli ad amare i propri nemici, possa tranquillamente adempiere questo compito, se applicata correttamente.

Prendendo spunto da Bavinck, sembra che la domanda da porsi sia questa: se c’è un Dio, gli interessa della religione (intesa come conoscenza e servizio di Dio) come affermato dalla maggior parte delle confessioni, oppure no? È indifferente a queste cose? Ha reso noti i suoi pensieri a riguardo tramite rivelazioni di qualche tipo? A mio avviso, non è irragionevole pensare che se esiste ed è un essere morale potrebbe fare una cosa del genere. Ad esempio, Dio potrebbe trovare un modo per parlarci, per farci sapere che di Dio ce n’è uno solo, e non molti, o per chiarire che lui è Creatore, e non parte della creazione. Potrebbe anche rivelare la sua volontà sul modo in cui ci relazioniamo con lui, escludendo cose come il sacrificio di bambini, lo sfruttamento sessuale e così via come modi inaccettabili di adorarlo. In effetti può darsi che abbia opinioni forti su queste cose. A prima vista, è ragionevole almeno quanto l’ipotesi del pluralista.

Naturalmente non sto supponendo queste cose dal nulla. Nella sua confessione fondamentale, il cristianesimo afferma che Dio non è indifferente. Al cuore del vangelo c’è un Dio così ardente per queste cose che ha fatto di tutto per farle conoscere nella vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, per noi e per la nostra salvezza.

Most Read

CARICA ANCORA
Loading