Giovanni 21:15-17 racconta uno scambio ben noto tra Gesù e Pietro. Ci troviamo presso il mar di Tiberiade nel periodo dopo la risurrezione di Gesù. Mi ricordo come se fosse ieri quando un fratello più grande nella fede spiegò questo scambio tra Gesù e Pietro sulla base della distinzione tra i due vocaboli greci usati per “amore” in quel brano. Si tratta di verbi agapaō e phileō. Ma egli non è l’unico ad aver fatto così. Tanti predicatori e commentatori segnalano la presenza di questi due vocaboli per “amare” come una chiave per capire rettamente lo scambio tra Gesù e Pietro. Ma facciamo bene a considerare così importante la presenza di questi due vocaboli in Giovanni?
Se guardiamo qualche traduzione italiana di questi vocaboli in Giovanni 21, vediamo che alcuni traduttori italiani non danno tanta importanza alla presenza dei due vocaboli differenti. Le traduzioni Diodati, Nuova Diodati, Conferenza Episcopale Italiana e la Luzzi/Riveduta rendono i due verbi per “amare” indifferentemente con l’italiano “amare”. Di conseguenza, secondo queste quattro traduzioni della Bibbia, non c’è una differenza degna da essere segnalata. Vi è comunque una traduzione, la Nuova Riveduta, che traduce in modo differente i due vocaboli. Ecco il testo di Giovanni 21:15-17:
15 Quand’ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami [agapaō] più di questi?» Egli rispose: «Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene [phileō]». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo, una seconda volta: «Simone di Giovanni, mi ami [agapaō]?» Egli rispose: «Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene [phileō]». Gesù gli disse: «Pastura le mie pecore». 17 Gli disse la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene [phileō?]» Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: «Mi vuoi bene [phileō]?» E gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene [phileō]». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore.
Com’è chiaro, la Nuova Riveduta traduce agapaō con “amare”, e phileō con “voler bene”. Qualcuno potrebbe pensare che la Nuova Riveduta ci abbia fatto un piacere, facendo così. Dopotutto questa traduzione rende palese, per quelli che non leggono il Nuovo Testamento in greco, il fatto che nell’originale di questo testo ci siano, in effetti, due vocaboli distinti per “amare”. Ma questa è stata una scelta opportuna?
Prima di rispondere, aggiungo due premesse. Quello che scrivo in questo articolo non deve essere recepito come una critica generale, da parte mia, della Nuova Riveduta. Infatti si tratta di una delle mie traduzioni italiane preferite. La seconda premessa: la scienza e l’arte della traduzione è un argomento molto complesso e non è nostra intenzione parlarne neppure in modo introduttivo in questo articolo.
Fatte queste due premesse, in quanto segue mi prefiggo di fare tre cose:
- spiegare il motivo per cui sarebbe preferibile in Giovanni 21 tradurre questi due vocaboli greci con lo stesso vocabolo italiano;
- spiegare velocemente un aspetto del brano;
- offrire qualche considerazione pratica.
Il motivo per tradurre i due vocaboli greci con lo stesso vocabolo italiano
Se Giovanni usò due verbi differenti, perché non sarebbe giusto riprodurre questo fatto linguistico con due parole italiane differenti? La risposta sta in due osservazioni sullo stile di Giovanni e in un’osservazione filologica sulle eventuali sfumature che i rispettivi vocaboli hanno nel brano in questione.
- Innanzitutto Giovanni usa sia agapaō (3:35) sia phileō (5:20) per parlare dell’amore del Padre per il Figlio. Questo ci fa capire in modo molto chiaro che Giovanni adopera questi vocaboli, pur distinti, come sinonimi funzionali. Va fatto presente che in entrambi i casi la Nuova Riveduta traduce questi vocaboli in italiano con “amare”.
- In questo Vangelo abbiamo cinque menzioni esplicite del cosiddetto discepolo che Gesù amava. Anche qui Giovanni impiega entrambi i nostri vocaboli per “l’amore”: agapaō in 13:23; 19:26; 21:7, 20; e phileō in 20:2,5.
- Questa osservazione ci porta a domandarci: a Giovanni piace usare i sinonimi? La risposta è sì. Infatti, proprio in Giovanni 21:15-17, oltre ad usare due parole per “amare”, Giovanni usa anche due parole per “pecora”, due parole per “pascolare” e due parole per “sapere.” Inoltre anche nel brano precedente, nei vv. 4-13, usa due sinonimi funzionali, per parlare dei pesci della pesca miracolosa postpasquale.E’ chiaro che il variare fa parte del modo di scrivere di Giovanni, utilizzando sinonimi. Attenzione: non sto dicendo che non c’è alcuna differenza tra queste tre coppie di sinonimi. Nel caso specifico delle due parole per “amare”, va da sé che agapaō e phileō sono infatti due parole differenti e non la stessa parola. Sto dicendo invece che rientra nello stile di Giovanni di adoperare queste due parole distinte come sinonimi.
- Ma c’è ancora un’altra osservazione da fare, qualcosa in merito alle rispettive sfumature date dai commentatori ai due vocaboli per “amare”. Qual è la sfumatura particolare di ognuno? A questa domanda sono state date più risposte, perfino risposte contraddittorie. Questo fatto sta alla base di un grande filologo del greco biblico, F.F. Bruce, nel suo commentario su Giovanni. Il commento viene fatto in riferimento alle opinioni di altri due studiosi. Bruce scrive: “Quando due studiosi del greco così rispettati…attribuiscono significati così differenti a questi sinonimi, è lecito domandarsi se Giovanni volle che ci si accorgesse di una tale distinzione.
Questi quattro dati ci portano a una conclusione solida. In questo passo è opportuno tradurre agapaō e phileō con il solo vocabolo l’italiano “amare”. Possiamo anche aggiungere il seguente commento tornando alla questione pratica con cui abbiamo iniziato: nell’interpretare (e poi predicare) lo scambio tra Gesù e Pietro, non dovremmo fare leva su un’eventuale distinzione in questo passo tra apagaō e phileō.
Spiegare velocemente il brano
A questo punto sorge quasi spontanea un’altra domanda: se non troviamo una chiave di lettura nei due vocaboli per “amare”, ci potrebbe essere una chiave di lettura più convincente? Qui fornisco una spiegazione veloce riguardo a un solo aspetto dello scambio tra Gesù e Pietro.
È possibile che Gesù domandi tre volte a Pietro del suo amore per Gesù per dare una specie di corrispondenza alle tre volte che Gesù ha rinnegato Cristo? Se fosse così, forse domandando tre volte a Pietro del suo amore per Gesù, questi dava la possibilità a Pietro di – in qualche modo – “annullare” (o qualcosa del genere) quel triplice rinnegamento. Dopotutto il rinnegamento di Gesù da parte di Pietro è raccontato nel capitolo 18 di Giovanni (vv. 15-27) e sarebbe ancora fresco nella mente di chi ora legge al cap. 21 lo scambio tra i due. Trovare un contrappunto del triplice rinnegamento di Pietro nelle tre risposte di Pietro nello scambio tra Gesù e Pietro costituisce un modo possibile per spiegare la triplicità trovata in Giovanni 21.
Considerazioni pratiche
A questo punto desidero fare qualche riflessione conclusiva di carattere pratico. Prima, due considerazioni metodologiche e poi qualche commento sul significato per noi dello scambio tra Gesù e Pietro.
- La comprensione di un brano non sta nella comprensione di un solo vocabolo, neppure nel significato di quel vocabolo nelle lingue originali della Bibbia.
- Di conseguenza, dobbiamo allargare la nostra indagine a partire dai seguenti elementi, forniti a titolo d’esempio. Bisogna indagare in quanto possibile (a) sullo stile dell’autore; (b) sul modo in cui egli usa un determinato vocabolo; e (c) su come un determinato brano si colloca all’interno del libro più ampio. Abbiamo illustrato tutte queste cose in modo introduttivo in questo articolo.
- Per i predicatori. Studiate queste cose nel vostro studio personale, ma poi nel pulpito predicate in un italiano semplice. Le persone che ci ascoltano hanno poco bisogno di imparare vocaboli greci. Noi in quanto possibile sì—per comprendere meglio il brano. Tuttavia, nel momento della predicazione spieghiamo la Bibbia in italiano.In fine, una parola sullo scambio tra Gesù e Pietro. Ci sono due elementi di fondo in questo scambio. L’amore di Pietro per Gesù e la premura di Gesù per le proprie pecore. Gesù collega le due cose. ‘Pietro’, dice Gesù, ‘se tu ami me, voglio che tu faccia qualcosa che mi sta a cuore. Voglio che tu nutra il mio gregge’. E questo è quello che dovremmo fare quando insegniamo e predichiamo la Bibbia.
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