Per milioni di utenti di internet “diventare virali” è un obiettivo da raggiungere ed un ambìto simbolo di successo. Per molti è diventato una sorta di ossessione.
Ma che cosa significa “diventare virali”? In generale un contenuto internet “diventa virale” quando si diffonde in maniera esponenziale. Di solito il contenuto è di gran lunga più popolare rispetto ad altri contenuti dello stesso creatore ed è come se assumesse “vita propria”. Se il contenuto nato online, che si tratti di un video, una GIF, un tweet, o di qualunque altra cosa, finisce per diventare un fenomeno culturale anche offline, allora siamo di fronte ad un altro segno di come questo sia divenuto virale. Ho spesso scherzato sul come finire su Good Morning America o su The Ellen DeGeneres Show per qualcosa che hai postato online significhi essere diventato virale.
Ma il desiderio che tante persone hanno di diventare virali può facilmente trasformarsi in vera e propria idolatria e minare gradualmente la nostra percezione della realtà e della verità.
Idolatria della viralità
L’ossessione per la viralità su internet è idolatria perché cerca qualcosa di diverso da Dio per ottenere qualcosa che solo Dio può dare. Molti perseguono la fama virale attraverso video divertenti o sfoghi appassionati perché sono infelici e desiderano disperatamente la vita lussuosa degli influencer che seguono online.
In parte, il motivo per cui la viralità è così allettante è che sembra sufficientemente a portata di mano anche per una persona qualunque. Esistono molte storie di successo virale in stile “dalle stalle alle stelle”. Essere virali può portare a parlare ad una conferenza, a firmare un contratto editoriale e a molto altro ancora. Che tu ti stia filmando mentre ridi indossando una maschera di Chewbacca nel parcheggio di Kohl’s (una famosa catena di negozi, N.d.T.) o mentre stai andando sullo skateboard a Los Angeles tenendo in mano una bottiglia di succo, diventare virale può cambiare la vita in modo molto positivo. Anche nella sottosezione web “Internet Cristiano”, un video Youtube che diventa virale può essere tutto quello di cui c’è bisogno perché in pochi mesi ci sia un nuovo guru della produttività, dell’essere genitori o del marketing, ammesso che questi sia in grado di mantenere una relazione con il suo nuovo pubblico. Diventare virali è una sorta di lasciapassare gratuito per la vita da influencer che molti desiderano, una terra promessa illusoria che abbonda di partnership retribuite e fan in adorazione.
Ma diventare virali può anche rovinarti la vita, specialmente se i nuovi fan scovano informazioni sul tuo passato che sono considerate discutibili.
“Milkshake duck” è un termine coniato dal fumettista australiano Ben Ward che, scherzando sulla maniera in cui spesso diventare virale può ritorcersi contro la nuova celebrità, ha detto: “Tutto Internet ama Milkshake duck, un’adorabile papera che beve frullati! *5 secondi dopo* Siamo spiacenti di informarvi che la papera è razzista”.
Spesso la star virale di oggi si trasforma nel bersaglio da eliminare di domani.
Spesso la star virale di oggi si trasforma nel bersaglio da eliminare di domani.
Ma il problema principale del “diventare virali” non è quanto sia irresistibile per così tanti utenti internet. È invece quanto la viralità sia ritenuta intrinsecamente buona anziché neutra o cattiva. Questo è preoccupante. Perché, se diventare virali è considerato intrinsecamente buono, allora significa che cominciamo ad avere una comprensione distorta della realtà.
La realtà ci sfugge di mano
Gli algoritmi alla base dei social media sono guidati dall’engagement (coinvolgimento, N.d.T.) e dall’attenzione. Ciò che ottiene maggiore attenzione ed engagement viene promosso su sempre più feed in modo da ottenere ancora più attenzione ed engagement. I contenuti virali attraggono le aziende di social media perché sono la chiave per tenere gli utenti sui propri feed piuttosto che su quelli dei loro concorrenti.
Ma perchè questo dovrebbe essere un problema? Perché quando si tratta di ciò che genera massima attenzione ed engagement, la realtà e la verità di solito passano in secondo piano rispetto a ciò che è sensazionale o d’intrattenimento. Verità e realtà sono spesso abbastanza noiose, e ciò che è noioso non diventa mai virale.
Verità e realtà sono spesso abbastanza noiose, e ciò che è noioso non diventa mai virale.
Naturalmente, quindi, le equazioni e gli algoritmi che stanno alla base delle piattaforme social accelerano la diffusione virale di contenuti d’intrattenimento, sensazionali ed emotivi molto più facilmente di quanto non venga fatto con contenuti noiosi ma veritieri. Questa è la ragione per cui le teorie complottiste (di norma divertenti, sensazionali e che fanno leva sulle emozioni) diventano spesso virali. La verità che smonta tali teorie complottiste è spesso noiosa e banale, e perciò non si diffonde così ampiamente.
Quando “diventare virale” è considerato qualcosa di intrinsecamente buono, si può finire per pensare che la viralità sia una conferma della veridicità di qualcosa. “È diventato virale, quindi deve essere vero”, pensano molti di noi. Eppure questa supposizione dell’equivalenza tra viralità e verità è esattamente ciò che permette alle teorie complottiste di ogni tipo di dilagare. È ciò che induce persone intelligenti a credere a idee folli o a fatti inesatti. Se sentiamo o vediamo qualcosa un numero di volte sufficiente, finiamo col credere che sia vero.
Condividete ciò che è vero, anche se è noioso
In un mondo in cui “diventare virale” è allo stesso tempo una tentazione idolatra e un’insidiosa forza che può minare la verità, i cristiani dovrebbero dare l’esempio con prudenza e cautela. In modo pratico, ciò potrebbe voler dire rallentare abbastanza da dare priorità alla verifica e al controllo dei fatti prima di condividere quel contenuto di tendenza sui social media. Potrebbe significare smettere di inoltrare immediatamente qualsiasi contenuto che ci turbi emotivamente. Forse, applicare la saggezza del “lento a parlare, lento all’ira” di Giacomo (1:19) nel mondo moderno significa esercitare moderazione e rallentare il ritmo con il quale clicchiamo su un contenuto e lo condividiamo.
I cristiani dovrebbero aspirare ad essere persone meno suscettibili a diffondere falsità e più inclini a condividere la verità, anche se la verità è noiosa e riceve meno click. Se non siamo noi i primi ad essere disposti a scegliere ciò che è vero invece di ciò che è virale e ciò che è reale invece di ciò che è sensazionale, chi lo farà?
Articolo apparso originariamente in lingua inglese su The Gospel Coalition.