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I pastori dovrebbero ammettere di soffrire di depressione?

Dopo aver rivelato pubblicamente per la prima volta che assumo farmaci antidepressivi, un membro della mia chiesa e amico mi ha lasciato di stucco: “Se qualcuno mi avesse detto che un membro del nostro gruppo ministeriale stava lottando contro problemi di salute mentale, non avrei mai immaginato che fossi tu!”.

Avevo sempre pensato che i miei problemi fossero piuttosto evidenti. Ma era logico che lo pensassi. Ero io quello che trascorreva le sue giornate (per non parlare delle lunghe notti) all’ombra della maschera del ministero. Semplicemente non mi era venuto in mente quanto fosse efficace la mia maschera. Né mi era venuto in mente che i pastori che parlavano apertamente delle loro difficoltà di salute mentale potessero avere un effetto positivo.

Anche i pastori soffrono di depressione

Sembra che i ministri non dovrebbero deprimersi, vero? Gesù è sufficiente!

Lo è davvero. Ma nulla di tutto ciò previene la malattia della mente. Se così fosse, dovremmo mettere in discussione lo stato spirituale di re Davide e di altri salmisti, di Elia e Geremia, forse anche di Paolo. Allo stesso modo questo getterebbe ombre su persone del calibro di Martin Lutero e Giovanni Calvino, C. H. Spurgeon e C. S. Lewis. Perché, francamente, molti ministri soffrono di depressione. Le prove sono chiare e le testimonianze abbondanti.

Il ministero ecclesiale, nonostante tutte le sue ricompense e gioie, è spesso solitario, stressante e imprigionato da aspettative irrealistiche. Il lavoro pastorale non finisce mai, è incessante.

I pastori vivono nello stesso mondo di coloro che servono. Una grande percentuale di persone dovrà affrontare la depressione o qualcosa di simile nel corso della propria vita (si parla spesso del 25%, ma chi può saperlo con certezza?). Perché tu ed io dovremmo essere diversi?

In effetti, ci si potrebbe aspettare che la percentuale di pastori sia più alta rispetto alla popolazione generale. Il ministero ecclesiale, nonostante tutte le sue ricompense e gioie, è spesso solitario, stressante e imprigionato da aspettative irrealistiche. Il lavoro pastorale non finisce mai, è incessante. Ci occupiamo delle persone nei momenti di crisi. Non siamo perfetti, né onniscienti, né dotati di una resistenza illimitata. Quindi, naturalmente, facciamo fatica. Ma a causa dello stigma prevalente, forse in particolare nella chiesa, non vogliamo che le persone sappiano cosa stiamo affrontando.

Il dilemma della condivisione

Quando si tratta di questioni personali delicate, chiunque ricopra un incarico pubblico deve trovare il proprio equilibrio tra l’eccessiva condivisione delle proprie debolezze e la maschera della perfezione santa. Ai due estremi di questo spettro di condivisione si trovano errori e pericoli evidenti.

Per cominciare, c’è l’eccesso di condivisione. Come ambasciatori di Cristo, non siamo certo tenuti a parlare continuamente di noi stessi. Inoltre, non tutti nella chiesa hanno bisogno di sapere tutto ciò con cui state lottando. È bene che i ministri e le loro famiglie abbiano la loro privacy. Inoltre, aprirsi completamente può essere rischioso. Recentemente ho sentito di alcuni anziani che hanno assicurato a un pastore e a sua moglie il loro impegno nei loro confronti, in modo che potessero condividere il loro vero dolore. Così hanno fatto. Due settimane dopo, sono stati licenziati.

I pastori che lavorano attraverso la fragilità, e non nonostante essa, hanno oggi un’influenza molto maggiore rispetto al copione patinato dei presentatori televisivi.

All’estremo opposto, un ministro può essere così riservato che pochi, se non nessuno, riescono ad avvicinarsi a lui. In questo modo forse riesce a nascondere la sua depressione e altre difficoltà. Questo peró porta a due problemi. In primo luogo, i fedeli potrebbero pensare che il loro pastore sia superiore ai comuni mortali. Iniuzialmente potrebbero restarne impressionati, ma quando arrivano i loro problemi, seguiranno inevitabilmente lo scoraggiamento e persino la disperazione. Il pastore chiaramente non può comprendere queste difficoltá, quindi le persone smettono di ascoltare. In secondo luogo, le persone presumono che ci sia qualcosa da nascondere. Il pastore non può essere così buono, vero? La presunzione di ipocrisia, se non addirittura di colpa, diventa ormai la norma. Il risultato? Le persone smettono di ascoltare.

Il pastore si apre

È positivo quando i pastori si aprono con saggezza. Ma aprirsi riguardo alla salute mentale? Una cosa è parlare apertamente delle battaglie spirituali e delle tentazioni (seppur non scendendo troppo nei dettagli, se non con pochi amici intimi); un’altra cosa è ammettere di soffrire di depressione. Giusto?

Tuttavia quando le circostanze e la fiducia personale lo consentono, può essere di grande beneficio per una congregazione che un pastore sia aperto su questo tema, per diversi motivi.

In primo luogo, l’apertura favorisce la salute della comunità. Quando ho predicato per la prima volta sulla depressione alla All Souls, la risposta è stata in gran parte positiva. Alcuni trovarono difficile accettare che un ministro avesse i propri problemi: avevano bisogno che lui si occupasse dei loro! Ma erano solo una manciata. La cosa più significativa per me è stato il numero di persone che hanno sentito di poter finalmente ammettere per la prima volta le proprie difficoltà. Questo ha dato loro il permesso di dire: “Beh, se lui può dirlo pubblicamente, forse posso farlo anch’io”. La comunità della chiesa dovrebbe essere il luogo di sicurezza par excellence per coloro che sanno di essere deboli, fallibili e feriti.

In secondo luogo, l’apertura è fondamentale per testimoniare a un mondo cinico. Questo ovviamente richiede un approfondimento, ma oggi molti sono esasperati dai giri di parole e dalla spavalderia, che le riescono a fiutare a un chilometro di distanza. I sospetti prevalenti sulle istituzioni religiose non faranno che trovare conferma in leader che sembrano vivere negando la propria umanità e fragilità. Non si tratta semplicemente della ricerca di quel Santo Graal politico che è l’“autenticità”. È una questione di realismo riguardo alle complessità e alle domande della vita. I pastori che lavorano attraverso la fragilità, e non nonostante essa, hanno oggi un’influenza molto maggiore rispetto allo stile patinato e arterfatto dei presentatori televisivi.

Non esiste una risposta giusta, ma incoraggerei i pastori che soffrono di depressione a valutare l’idea di condividere le loro difficoltà con le loro congregazioni. La vostra onestà potrebbe portare frutti meravigliosi.


Articolo apparso originariamente in lingua inglese su The Gospel Coalition.

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