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Completamente umani e veramente umani: comprendere l’immagine di Dio e di Cristo

Cinquant’anni fa questa domanda apparve come una bomba sulla copertina della rivista Time: “Dio è morto?”. Teologi come Thomas J. J. Altizer, William H. Hamilton e Paul van Buren cavalcarono questa nuova ondata di ateismo. La notizia fece scalpore perché non proveniva dall’esterno della Chiesa, bensì dall’interno. Per non essere da meno, un professore riscrisse il Salmo 23 per commemorare la morte di Dio:

Era la nostra guida e il nostro sostegno

Camminava con noi lungo acque tranquille

Era il nostro aiuto nei secoli passati […]

Se n’è andato, è stato rapito dall’oscurità[…]

Il cielo è vuoto.

(Traduzione non ufficiale, N.d.T.)

Nel 2019 in Occidente è emersa una nuova domanda: «L’uomo è morto?». Tutti intorno a noi si pongono questa domanda in un modo o nell’altro. A molti sembra che la razza umana non abbia uno scopo più grande, né fondamenta solide, né una meta verso cui tendere.

Siamo vivi, ma smarriti.

Il disincanto della nostra umanità

Negli ultimi 50 anni la società occidentale ha ridefinito il concetto di persona umana. Per millenni l’umanità è stata intesa alla luce di Dio: gli esseri umani avevano determinati doveri nei confronti di Dio ed erano essenzialmente esseri spirituali. Ma, con l’avvento della teologia della morte di Dio, l’umanità ha cominciato a non essere più vista come creazione di Dio. L’opinione prevalente oggi nei circoli critici è che l’umanità sia un foglio bianco, evolutasi da una combustione di gas risalente a eoni fa. L’umanità non avrebbe alcuna origine divina, bensì accidentale. Pertanto il caos e la casualità (ironicamente) spiegherebbero l’ordine che troviamo davanti ai nostri occhi. La razza umana non sarebbe quindi distinta dalle bestie: siamo semplicemente animali superiori, niente di più.

Se è vero che la questione principale del XVI secolo era quella dell’accettazione (il modo in cui l’uomo possa essere perdonato da Dio) e quella del XX secolo era quella dell’autorità (se la Bibbia sia o meno infallibile), allora la questione principale del nostro tempo è quella dell’antropologia.

Di conseguenza non siamo parte di una storia più grande. Gli atomi si scontrano, e così anche le persone. A causa della nostra origine senza Dio, non dovremmo nemmeno avere un corpus etico al di sopra di noi. Siamo qui, moriamo, ci dissolviamo nel nulla. Fino ad allora creiamo le nostre realtà, diventiamo chi vogliamo essere. Qualsiasi coinvolgimento che potremmo avere in strutture più grandi di noi o in quelle che Charles Taylor chiama istituzioni “cuscinetto” non dovrebbe inibire il nostro diritto di esprimere noi stessi. Nessun codice, credo o religione dovrebbe plasmarci più di quanto non facciano le nostre concezioni di noi stessi. Siamo fedeli a noi stessi, soli con noi stessi e presumibilmente liberi.

Se è vero che la questione principale del XVI secolo era quella dell’accettazione (il modo in cui l’uomo possa essere perdonato da Dio) e quella del XX secolo era quella dell’autorità (se la Bibbia sia o meno infallibile), allora la questione principale del nostro tempo è quella dell’antropologia.

L’essere umano vive in un cosmo ordinato e ha un’identità prestabilita oppure siamo noi a creare la nostra identità in un mondo senza Dio? Questa è la domanda della nostra epoca.

Chi siamo? E che cos’è (questa) immagine?

La dottrina cristiana dell’umanità parte dalla prospettiva opposta. Se desideriamo conoscere noi stessi, allora dobbiamo guardare oltre noi stessi. “Nessuno”, disse Calvino, “ può guardare a sé stesso senza subito volgere il suo sentimento a Dio, da cui riceve vita e vigore”. Per conoscere Dio e le sue intenzioni per l’umanità, dobbiamo partire da dove parte la Scrittura: Genesi 1.

Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. (Gen 1:26-27)

Fu il sesto giorno quello in cui Dio creò l’uomo, il giorno prima che Dio si riposasse. Da tempo immemore il Signore aveva pianificato questo momento, il momento in cui avrebbe prodotto la sua più grande creazione, il suo capolavoro, l’unico essere creato a sua “immagine” e somiglianza. Ma qui dobbiamo fare una pausa. Teologi ed esegeti concordano sul fatto che l’umanità sia creata a immagine di Dio. Nel momento in cui si cerca di definire la natura di questa immagine, però, tale accordo viene messo in discussione. L’immagine è razionalità? Relazione? Spiritualità? Attributi che condividiamo con Dio?

L’essere umano vive in un cosmo ordinato e ha un’identità prestabilita oppure siamo noi a creare la nostra identità in un mondo senza Dio? Questa è la domanda della nostra epoca.

A mio avviso l’immagine di Dio è meglio compresa se vista come una realtà ontologica che conduce a uno scopo. , in altre parole, l’immagine parla al nostro essere. Non è qualcosa che possediamo, è ciò che siamo. L’immagine, quindi, non è fondamentalmente un tratto o un attributo. L’immagine non è una qualità che può essere maggiore o minore in una persona piuttosto che in un’altra. L’immagine non dipende da un ambiente che alimenta la razionalità. L’immagine non è inibita da carenze fisiche. L’immagine non viene sbloccata quando una persona si sposa. Piuttosto è l’umanità ad essere fatta a somiglianza di Dio. Vedere l’uomo e la donna, creati in questo ordine e con molto che dipende da esso, significa vedere l’immagine e la gloria di Dio (1 Cor. 11:7).

È vero, come alcuni noteranno, che la nostra ontologia è direttamente collegata allo scopo (si veda Genesi 1:28). Lo scopo deriva elegantemente dall’ontologia, e Adamo fu creato per essere un re-sacerdote davanti al Signore. Ma, mentre lo scopo dell’uomo si distorce con la caduta, la nostra ontologia rimane la stessa (proprio come rimane la stessa l’ontologia della mascolinità, della femminilità e del matrimonio: queste cose sono influenzate dalla caduta, ma non ne sono alterate). La razza umana riflette e rappresenta la persona di Dio anche dopo la caduta (Gen 5:1-2, 9). Una persona non è fatta “a immagine di Dio” in misura maggiore rispetto ad un’altra: siamo tutti creati a sua immagine, e nulla può cancellare questa verità.

Gesù: la vera immagine

Ma c’è altro da dire a questo riguardo. In 1 Corinzi 15 troviamo un illuminante parallelismo tra il primo Adamo e il secondo Adamo, Gesù Cristo.

La storia del primo Adamo, un uomo realmente esistito, spiega perché soffriamo, moriamo e odiamo Dio. La storia del secondo Adamo, un uomo realmente esistito, spiega come possiamo risorgere dalla polvere della morte ed ereditare un “corpo spirituale” che non può soffrire la decadenza (15:44). Nati a immagine di Adamo, portiamo l’”immagine del celeste” attraverso la fede in Cristo (15:49). Eravamo come Adamo, ma, per grazia di Dio, lo Spirito ci sta ricreando a immagine di Cristo (15:49).

Non è che Adamo fosse un’immagine falsa: egli rappresentava la persona di Dio sulla terra, e anche noi lo facciamo. Adamo era pienamente umano in virtù della creazione divina. Ma Cristo è veramente umano in virtù della sua esistenza incarnata, il Figlio di Dio fatto carne, come Stephen Wellum ha opportunamente approfondito. Gesù è la vera immagine di Dio (Col 1:15; 2 Cor 4:4) che forma una nuova umanità con il suo sangue. Questo secondo Adamo, questa immagine più grande, ci mostra il telos della nostra umanità.

In Adamo siamo pienamente umani, ma non siamo veramente umani. In Cristo diventiamo veramente umani, perché siamo ricreati a immagine dell’uomo vero.

Contrariamente al pensiero secolare e neopagano del nostro tempo, non esprimiamo la nostra autentica umanità quando pecchiamo, bensì quando obbediamo al Signore come ha fatto il Figlio di Dio. Viviamo veramente quando adoriamo il Signore, non quando adoriamo il creato e noi stessi. Prosperiamo quando ci sottomettiamo al nostro Creatore e Redentore, non quando ci ribelliamo contro qualsiasi autorità costituita. In Adamo siamo pienamente umani, ma non siamo veramente umani. In Cristo diventiamo veramente umani, perché siamo rifatti a immagine del vero uomo, di gloria in gloria.

 

Che differenza fa questa dottrina?

Alcuni potrebbero chiedersi cosa comporti tutta questa discussione di alto livello. In altre parole, che differenza fa sostenere questa concezione dell’imago Dei? Vorrei suggerire tre implicazioni chiave di una visione “ontologica” dell’immagine.

1. Conferisce dignità a ogni vita.

Nella cultura occidentale moderna crediamo alla menzogna del valore estrinseco. In parole povere, crediamo di avere valore se dimostriamo di essere preziosi. In un contesto simile le persone di successo sono quelle che contano di più. I ricchi, i benestanti, chi si è realizzato e le persone di successo occupano una posizione più elevata rispetto agli altri. Coloro che presentano difetti congeniti, disabilità fisiche e/o mentali finiscono per essere considerati meno umani degli altri, così come i poveri, gli insignificanti e quanti semplicemente siano nella media.

Ma, nel momento in cui si abbraccia la visione ontologica, si capisce che ogni vita umana possiede un valore intrinseco. In altre parole, non siamo preziosi perché abbiamo un grande talento, un grande successo o un qualche vantaggio sugli altri. Abbiamo dignità e valore immensi perché Dio ci ha creati. Ci ha creati tutti per la sua gloria, e noi mostriamo effettivamente quella magnificenza attraverso la nostra distintività, la nostra unicità, la nostra normale individualità quotidiana. Ogni vita è un piccolo miracolo, ogni bambino è una benedizione, che sia dotato di un talento straordinario o meno. Per estensione, nessun bambino merita l’aborto: ogni bambino dovrebbe sperimentare amore, accoglienza e cura.

La nostra teologia, espressa con un linguaggio raffinato, fa davvero una differenza enorme in questo e in altri ambiti.

2. Ci impedisce di confondere la natura con l’essere.

Trovo che alcune concezioni dell’immagine equiparino essenzialmente la nostra natura, che sia giusta o ingiusta in termini biblici, al nostro essere. Ciò significherebbe che la caduta di Adamo abbia di fatto segnato il nostro diventare subumani, indipendentemente dal fatto che ci sia un qualche teologo a riconoscere o sostenere questo passaggio. Ciò accade perché l’immagine è deturpata, distrutta, rovinata, offuscata, sfigurata e altre formulazioni simili.

Ma credo che la visione ontologica ci protegga da questo problema. Non siamo diventati animali subumani dopo la caduta. Siamo radicalmente depravati secondo le categorie tradizionali riformate, ma possediamo ancora la pienezza dell’umanità. Non possiamo quindi vedere nessuna persona umana in termini meno che umani. E non ci trasformiamo in superuomini spirituali dopo la conversione. Siamo ricreati a immagine di Cristo, sì, ma non siamo passati a uno status extra-umano. Proprio come il matrimonio è la stessa ontologia prima e dopo la caduta (anche se il suo funzionamento si è terribilmente compromesso dopo la caduta), così l’ontologia umana rimane la stessa prima e dopo la caduta (anche se non funzioniamo affatto come dovremmo).

3. Mostra ciò che dovevamo essere.

Il concetto di “pienamente umano” si integra perfettamente con quello di “vero umano” (teologi come G. K. Beale, John Kilner e Marc Cortez hanno tutti dato il loro contributo in questo senso). Ovunque intorno a noi le persone commettono il terribile errore di pensare di sperimentare l’“autenticità” e di vivere veramente quando abbracciano un’identità peccaminosa. Il modo in cui la nostra cultura inquadra l’omosessualità e l’identità transgender mostra chiaramente questa visione. Ma se Cristo è il vero umano, allora siamo in grado di evitare questa trappola. Siamo pienamente umani in Adamo, come abbiamo detto, ma non siamo veramente umani finché non siamo salvati dal vangelo di Cristo.

Siamo pienamente umani in Adamo, ma non siamo veramente umani finché non siamo salvati dal vangelo di Cristo.

Questo ha un grande valore pratico per la vita quotidiana cristiana. Tutti noi siamo portati in modi diversi a pensare che potremmo conoscere una felicità più grande se solo potessimo peccare come ci dice di fare il vecchio uomo. Possiamo però contrastare questi sussurri mortali ricordando che anche adesso noi che amiamo Cristo stiamo passando da una gloria all’altra (2 Cor. 3:18). Anche adesso viviamo in libertà, eppure tanta altra libertà ci attende nell’era a venire. Quando vogliamo peccare, possiamo combattere in parte questo istinto ricordando che Adamo non ci mostra la via della felicità. È Cristo a farlo.

Il peccato non è quindi una parte essenziale dell’umanità: il peccato è sempre una corruzione, è sempre una corrosione, è sempre un logoramento di ciò che è buono e bello. Quando desideriamo cose sbagliate, quando diciamo parole sbagliate e quando compiamo azioni malvagie, ci pentiamo, confessiamo i nostri peccati a Dio e preghiamo per ricevere nuova forza nello Spirito per amare e vivere ciò che è vero.

Immagine rimodellata

C’è molto su cui riflettere qui. Si tratta di confessioni teologiche di grande peso. Le persone intorno a noi si interrogano su queste realtà, che conoscano o meno il linguaggio teologico. Per fortuna noi abbiamo le risposte.

Nel XXI secolo, in cui così poche persone intorno a noi hanno una comprensione profonda di ciò che ci rende umani, noi siamo ben equipaggiati per aiutarle a vedere sia ciò che ci rende pienamente umani sia ciò che ci permette di diventare veramente umani a immagine di Cristo.

In un’epoca di grande confusione, in un tempo in cui molte persone celebrano non solo la “morte” di Dio ma anche la morte dell’uomo, noi diciamo la verità con amore ai nostri simili creati a sua immagine e che si sono smarriti nel peccato proprio come noi eravamo un tempo smarriti. Diciamo ciò che la Scrittura ci insegna chiaramente e confessiamo queste antiche verità: Dio non è morto; tutta l’umanità è a immagine di Dio; dobbiamo però essere ricreati dalla grazia del vangelo a immagine di Cristo. Questa dottrina, e nessun’altra, ricrea il fascino della nostra umanità.


Articolo apparso originariamente in lingua inglese su The Gospel Coalition.

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